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Blog di Spazio Tau

Elena Malvezzi's Blog
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On the road !!

Scritto da: Elena Malvezzi in Cercatori di Dio on

Carissimi amici, 

per questo Natale aggiungo la pagina del mio diario datata  27 ottobre 08, ore 20:12

Agouri a Spazio Tau e a tutti gli amici

Eccomi!

Scusate il mancato week-end, ma qui si lavora e il tempo libero non è tanto! Ora da me è quasi ora di andare a letto perchè le 5.30 del mattino arrivano sempre troppo in fretta per i miei gusti, ma prima voglio raccontarvi qualcosa, altrimenti dopo accumulo troppe novità e mi tocca scrivere per ore!

La settimana scorsa è passata molto veloce e per la maggior parte del tempo sono stata in giro in macchina. Lunedì 20 era l'anniversario della morte dei 2 catechisti martiri dell'Uganda: una memoria molto importante che richiedeva una celebrazione degna di essere chiamata tale. Così sveglia alle 3 del mattino per andare a Paymol, il posto in cui sarebbe stata celebrata questa Messa. Alle 3.30 mi faccio trovare davanti alla casa dei comboniani (di fianco alla nostra), il nostro driver è già pronto e dopo poco arriva anche fratel Silver, comboniano locale. Prima di lasciare Gulu ci fermiamo all'orfanotrofio dove carichiamo 4 bambini e 3 donne che credo lavorino lì. Quindi in tutto in 10 in macchina: 2 davanti, 3 in mezzo e 5 dietro. Io sono attaccata al finestrino, di fianco ad una donna che non credo stesse troppo bene dato che ha tossito tutto il tempo (ma la mia salute ancora resiste!) E' stato un viaggio... beh, non so bene come descriverlo, però non so se lo rifarei a breve termine! Sei ore all'andata, su delle strade che continuano a sconvolgermi. Ad un certo punto ci siamo ritrovati su un sentiero in cui c'era l'erba alta più della macchina e non si vedeva davvero niente. Il tergicristalli, oltre a spostare la pioggia che dal mattino non si decideva a smettere, spostava via l'erba per permettere al driver di vedere ogni tanto un barlume di strada. Fortuna che non soffro il mal d'auto e che mi piace l'avventura, perchè davvero ci sono stati dei momenti che mi chiedevo se saremmo arrivati a destinazione! Una componente del viaggio è stato l'odore che c'era in macchina, che non so bene come condividere con una mail... però pensate che qui non usa fermarsi quando qualcuno sta male in macchina e quindi c'era un sacchetto comune che i bambini hanno condiviso per tutto il viaggio... ed era fortuna quando lo centravano! Ad ogni modo ho preferito bagnarmi un po' con la pioggia e tenere uno spiffero di finestrino aperto, che rimanere chiusa nello smell interno! Alle 10.00 ce l'abbiamo fatta e siamo arrivati, rischiando di rimanere impantanati solo una volta. La messa è iniziata alla mezza e anche se ero proprio stanca, ne è valsa la pena. Un sacco di gente, musica, gioia, balli, canti, un offertorio durato praticamente mezz'ora, in cui chi portava (un po' di tutto, dietro al Pane e al Vino) si metteva di fianco all'altare a ballare e alla fine dell'offertorio c'erano un centinaio di persone che ballavano ai piedi dell'altare. Insomma, bello.. non c'è che dire! Verso le 15.30 è finita la celebrazione e noi siamo ripartiti quasi subito. Il viaggio di ritorno sembra andare meglio, fino a quando la donna di fianco a me non inizia a soffrire il mal di macchina (...vi risparmio i particolari... ad ogni modo quando sono tornata a casa ho messo tutti i miei vestiti da lavare perchè era proprio il caso!) e per concludere la saga di quello che sarebbe meglio non succedesse, ad un certo punto troviamo sulla strada un camion impantanato, noi deviamo, e naturalmente dopo pochi metri siamo fermi anche noi... le ruote slittano e non si va nè avanti nè indietro... quindi scendi, prendi le corde, tira, spingi... tutto sotto gli occhi di 1000 bambini che stanno a vedere come vanno le cose. Tutto questo viaggio mi ha però dato l'occasione di vedere un tramonto che non posso certo raccontare o rappresentare con una foto, e dopo neanche mezz'ora, un cielo in cui la luna non c'è più: ha lasciato spazio a tutte quelle stelle che non credo di essermi mai accorta fossero così tante e così luminose!

I giorni seguenti ho continuato ad andare in giro in macchina, ma questa volta in villaggi più vicini e con due dei ragazzi che lavorano nell'education departiment. Siamo andati in comunità (qui i villaggi si chiamano così) in cui si stanno avviando nuove scuole e quindi bisognava fare un meeting con tutti gli adulti del posto e discutere sul progetto. Così dopo ore di macchina (ormai mi sono abituata, anche se ho dei lividi a causa delle botte  che prendo quotidianamente) ci sediamo su qualche sedia di paglia o di legno, in un grande cerchio formato da uomini, donne e bambini, in mezzo a capanne e animali di qualsiasi tipo (maiali, cani, galline, capre, lucertole giganti che forse non sono lucertole) e inizia una lunghissima riunione, tutta in acholi, che credo sia molto interessante dato che nessuno sembra mai dare cenni di stanchezza. Io passo il tempo a guardarmi attorno, perchè tutto quello che vedo è nuovo e mi rende curiosa. Sono sconvolta dalla quantità dei bambini che ci sono! Dicono che l'Uganda è il paese con la natalità infantile maggiore nel mondo, credo sia vero dato che non ho mai visto così tanti bambini tutti insieme! L'ultima comunità in cui sono stata è un campo profughi, non tanto diverso dagli altri villaggi, se non per il fatto che è molto più grande e ho l'impressione molto più povero (se si può calcolare in questi posti chi è più povero di altri). Cani e bambini crescono insieme e mi veniva da grattarmi al solo pensiero di tutta la sporcizia che c'era in giro. Il mondo è molto più grande rispetto a quello che noi ci possiamo immaginare! Più sto qui, più me ne rendo conto!

Oltre ad essere stata nei villaggi sono andata anche in qualche scuola ad incontrare alcuni children che il Comboni Samaritan sponsorizza. Anche le scuole sono molto diverse da quelle che noi conosciamo (ma ora lasciamo stare il capitolo scuole perchè non so dire cosa sia meglio o peggio paragonato con le nostre)!

La settimana scorsa, come dicevo, è volata e sono arrivata a venerdì piuttosto stanca, soprattutto di non capire un accidente quando la gente parla! Venerdì sera non sono tornata a casa, ma sono andata in un posto qui vicino, in cui le comboniane organizzano meeting per i giovani e corsi di formazione. Nel week-end si incontravano i CYMG (Cristian Youth Missionary Group), ossia dei ragazzi delle superiori che nelle scuole fanno da leader e gestiscono degli incontri per i loro coetanei, organizzando momenti di preghiera, riflessioni, ecc). I ragazzi e le ragazze erano 130 e davvero motivati. Un po' diverso dai nostri ritiri, ma molto interessante e arricchente! E' servito anche a me perchè si è parlato del significato di "attrarre qualcuno a Gesù" e di FAITH IN ACTION, e non si smette mai di imparare!! Anche in questo week-end canti e balli a non finire, sabato il canto finale della messa si è trasformato praticamente in un ballo collettivo! Un week-end tutto inglese, dato che nella comunità della comboniane lì c'è sr. Ciprian dal Sudan e Zigri(e qualcosa) dall'Eritrea e quindi la lingua ufficiale non può essere l'italiano. Anche tutti gli incontri sono stati in inglese e quindi forse mi ha fatto bene perchè pian piano sto iniziando non solo a capire, ma anche a formulare qualche frase di senso compiuto!

Domenica sono tornata a piedi (è vicino a dove abito io) ed è stato divertente schivare le pozzanghere di fango e scivolare tra una buca e l'atra... avevo voglia di camminare dopo tutta la macchina della settimana! 

La settimana è ricominciata e ora sto incontrando i ragazzi che devono mandare una lettera ai donatori italiani per dire come stanno. Una novità è che è arrivata per tre settimane Marina, una ragazza della mia età che lavora per l'organizzazione Good Samaritan in Italia, che finanzia alcuni dei progetti qui al Comboni Samaritan. Un po' di gioventù del mio colore non fa male! Lei mi ha dato un elenco di bambini e bambine da rintracciare, sempre per fare avere notizie a chi in Italia paghe le tasse scolastiche. Oggi è passata un'altra ragazza, Eleonora, che lavora facendo un master in un paese qui vicino, per un'altra NGO. Non ci potevo credere: 3 bianche (busunga, nella lingua locale), non suore, insieme! E' stata una bella giornata, arricchita anche dal mio primo viaggio in BODA BODA, le moto (quella che uso io è una Yamaha) che qui si usano maggiormente per spostarsi (oltre le biciclette): sono andata con Poal, il responsabile del settore delle elementari, a trovare 3 bambine. Bello andare in boda boda, anche se le buche, il fango, la polvere mangiata, mi fanno pensare che non mi ci abituerò facilmente! 

Nei miei racconti iniziano finalmente ad esserci anche le persone... ed oltre a Marina, Eleonora, Poal, ci sono anche i due Peter, James e Winnie, i ragazzi che lavorano nel dipartimento dell'educazione, Franklin una ragazza mamma della cooperativa, George l'autista con cui sto passando un sacco di tempo, Dorine una studente di infermieristica al Lacor Hospital, Florencia una ragazza sud Americana che sta lavorando per un' NGO e non posso dimenticare i miei amici del rosario: dei ragazzi dai 14 ai 20 anni e più, che tutte le sere animano la preghiera in ospedale. Ancora la relazione è all'ABC, ma sono ottimista!

Ora vi devo lasciare perchè è da un po' che non c'è la luce e le batterie del computer stanno finendo!

Alla prossima mail

Un abbraccio

Elena

 

P.S. Se qualcuno di voi è interessato ho trovato una bibliografia sull'Uganda e sul Nord dell'Uganda:

Verso il sorgere del sole, Marina Pettini, Emi 2007

Soldatini di piombo: la questione dei bambini soldato, Giulio Albanese, Feltrinelli 2005

Kop ango? Un giorno nella vita del nord Uganda, Roberto Foutolan, Marietti 2006


Ciao a tutte e a tutti.

Il mio parroco mi ha chiesto di scrivere qualcosa per la giornata mondiale missionaria.

Questo è il risultato dei miei pensieri.

Un abbraccio

 

elena

 

GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA … FIN TROPPO FACILE!

 

Non è semplice riassumere tutto quello che mi passa per la mente quando sento la frase “giornata mondiale missionaria”. Una serie di idee, pensieri, provocazioni, immagini e sentimenti prendono spazio nella mia testa e, soprattutto, nel cuore.

La partenza non può che essere l’Uganda e tutto quello che ho vissuto in quelle terre in questo ultimo anno. I volti, i profumi, i colori, le storie, le vite … la storia e la vita degli Acholi. Ma il titolo di questa giornata “mondiale missionaria” mi fa anche andare oltre.

E penso al Madagascar e a Chiara tornata anche lei da poco, dopo più di due anni.

Penso al Sud Sudan e al Congo in cui in questo momento, mentre sto scrivendo, si stanno continuando a ripetere massacri contro l’umanità. E al Ruanda, al Kenya, alla Libia, al Gana, alla Nigeria, al Senegal … Poi esco dall’Africa e il pensiero arriva al Brasile e al Sud America … si sposta nell’Est Europa … continua verso l’Asia … l’Oceania … ritorna in Italia in Abruzzo, Calabria, Napoli, Sicilia …

Ma poi mi ritrovo qui: a due passi da San’Antonio, a Reggio Emilia.

E allora mi rendo conto che è fin troppo facile parlare di missione in questa “giornata mondiale missionaria”. Ci commuoviamo e siamo solidali quando sentiamo la testimonianza di chi ha vissuto in missione e di chi ci racconta una vita lontana da noi. Poi? Qualche parola, qualche raccolta fondi, qualche foto e tutto tace.

Non so a voi, ma a me tutta questa routine che si ripete in ogni occasione speciale non mi basta più.

Forse ha più senso se, parlando di “giornata mondiale missionaria”, quando usciamo dalle nostre celebrazioni e incontriamo alla porta quella “zingara” col suo bambino ci fermiamo due minuti con lei presentandoci e informandoci sulla sua vita. Se mentre siamo in centro non lasciamo nell’indifferenza chi è seduto per terra. Se ci interessiamo del perché quella famiglia africana che vive nel nostro quartiere ha lasciato la sua terra per venire in questa.

Ci proiettiamo sul “lontano” e non ci accorgiamo del “vicino”. Banalizziamo la storia e non ci chiediamo il perché il nostro quartiere, la nostra città, la nostra Nazione stanno diventando “sbarco” per tante popolazioni.

Il vescovo di Makudi (Nigeria), William Avenya, ha detto nell’aula del Sinodo Africano (che si sta svolgendo in Vaticano dal 4 al 25 ottobre): “Gli africani continuano a venire in Europa. Con tutti i mezzi, anche al prezzo di morire nel deserto o per mare, finché l’equilibrio economico e ambientale tra Africa e resto del mondo non verrà ristabilito da chi è responsabile, cioè dall’Occidente”. Aggiungerei: finché le guerre e le violenze non cesseranno, e la VERITA’ non sarà conosciuta e diffusa. E credo che questo discorso si possa estendere per tutti gli altri luoghi di missione, al di là dell’Africa.

Dietro ogni volto c’è una storia. Dietro ogni storia una famiglia. Dietro ogni famiglia un popolo, una cultura, un’origine. Una VITA che chiede di essere vissuta con dignità.

Facile parlare di “missione” oggi. Ma vi faccio una proposta: facciamolo anche domenica prossima, e quella dopo ancora … proviamo a parlarne ogni giorno. Anzi: non ne parliamo e basta. Viviamola questa missione. Non compatiamo, non biasimiamo, non giudichiamo, non escludiamo, … Chiediamoci il PERCHE’, conosciamo, informiamoci, condividiamo, accogliamo, incontriamo “alla pari”. La “mondialità” di questa giornata può essere quotidianità se siamo disposti a comprometterci e ad intessere la nostra vita con la vita dell’ALTRO.

Apwoyo!                                                                                                             

elena


Pioggia e arcobaleno

Scritto da: Elena Malvezzi in Cercatori di Dio on

Ciao a tutti!
Eccomi a riportare sul blog di Spazio Tau la seconda pagina del mio diario dall'Uganda, datata 18/10/08.  Buona lettura.

                        Ormai sono tre settimane che sono arrivata in Africa, ma ancora mi sembra un tempo proprio breve e mi sento in una fase di osservazione e ascolto.

State tranquilli che stavolta sarò meno lunga dell’ultima!

Questa settimana ho iniziato a lavorare nel dipartimento dell’educazione dei Comboni Samaritans. Per ora mi sono limitata a mettere in ordine gli archivi che contengono le cartelle di tutti i bambini e le bambine seguiti con vari progetti. Non avete idea di quanta carta c’è negli uffici. Fogli, documenti, pagelle, attestati, richieste, foto, raccolta di dati, … e c’era un ordine alfabetico molto relativo! Così mi sono armata di pazienza e, iniziando dalla “A”, l’ultimo giorno di lavoro della settimana sono riuscita ad arrivare alla “Z”. Ho buttato un sacco di fogli inutili, di cartelle doppie, di bambini che non sono più nel progetto. Ho messo da parte in un cassetto quei bambini e quelle bambine che hanno smesso di studiare, o perché rapiti dai guerriglieri e mai più tornati, o perché rimaste incinta o perché morti per malattie varie. Tanti volti, per ora visti solo nelle foto delle loro cartelle.

E’ stato interessante perché ho avuto modo di capire un po’ meglio come funziona questo dipartimento, di conoscere nomi e cognomi degli Acholi (qui il cognome lo si sceglie come il nome: ad esempio “Opiyo” vuole dire “primo dei gemelli” ed è il cognome che hanno tutti i primi gemelli maschi) e di lavorare con Piter che è uno dei responsabili del progetto. Pian pianino (molto pianino) sto iniziando a comunicare, e il lavorare in questo settore mi aiuta a fare un po’ pratica d’inglese. Ogni giorno sono arrivati bambini, ragazze e mamme a fare il resoconto di come sta andando il loro percorso. C’è proprio tanta gente che passa! E di fianco a noi c’è l’ufficio per la salute dei malati di aids. Anche per quella stanza ho visto passare parecchie persone, tra cui una mamma con una bimba di una settimana, minuscola e purtroppo positiva.

A metà settimana sono andata in trasferta con Masimo (non mi sono sbagliata: si scrive con una “m”) che è il responsabile dello staff del centro, con Kristine, la responsabile dell’ufficio della “Healt” e con un infermiere, in una zona a circa un’ora di macchina. È una zona in cui c’era un campo dei soldati ribelli, molto povera e in cui il problema dell’aids è davvero grande. Siamo andati perché questo infermiere la prossima settimana si trasferisce lì per portare avanti un lavoro di cura come quello che c’è al Comboni Samaritan. Abbiamo incontrato lo staff dei volontari, un dottore e un padre comboniano che seguiranno il progetto. Prima di tornare a casa siamo passati a vedere la stanza dove andrà ad abitare l’infermiere: tre metri per tre, senza finestre, senza cucina, né bagno, né niente, solo un letto con affianco dei sacchi non so contenenti cosa. Io non sono mai stata dentro una cella di una prigione, ma non riesco ad immaginarmi che possa essere più angusta di quella camera da letto, che è una stanza quasi di lusso!

Nel viaggio di ritorno, dato che erano le 14.00 e nessuno di noi aveva ancora mangiato, abbiamo preso al volo (non per modo di dire perché apri i finestrini e compri!) delle pannocchie abbrustolite: proprio buone, anche se è stato un po’ complicato mangiare dato che andare in macchina è come andare sulle montagne russe (proverò prima o poi a fare delle foto, anche se non potrò mai rendere l’idea vera). A proposito di pasti, questa settimana, mangiando con lo staff e non in cooperativa (le cucine sono separate), ho avuto la possibilità di usare una forchetta (e di non ustionarmi la mano). Ho sperimentato la Kassava che è un tubero bollito e il posho con una roba verde dentro … ho avuto qualche problema a finire il piatto, ma ce l’ho fatta! Quando ci sono riso e patate sono contenta perché i sapori sono più famigliari!

Questa settimana ha piovuto davvero tanto. Un giorno sembrava che non smettesse più e davvero quando piove qui è come se buttassero dall’alto dei secchi d’acqua. Le strade sono diventate come dei fiumi e andando in macchina avevo la sensazione di essere in canoa. Torrenti di fango e di pioggia. Ma non per questo la gente rinuncia ad andare in giro, a camminare scalza e i bimbi ad andare su e giù dalle buche, con la terra fino alle ginocchia.

Nonostante tutta questa pioggia, non mi sono ancora stancata di guardare il cielo che, a parte durante i temporali, è di un azzurro quasi accecante e le nuvole disegnano paesaggi splendidi. La luna piena della notte è abbagliante e fa una luce bellissima. Ancora non sono riuscita a vedere bene le stelle perché la luna piena fa sì che non ci sia buio.

L’altro giorno poi un arcobaleno che prendeva tutto il cielo. Non ne avevo mai visto uno così: i colori ben distinguibili: sembrava dipinto. Era immenso e sopra di lui ce ne era addirittura un altro un po’ più chiaro. Pensate a tutto il cielo che potete vedere, attraversato da un arcobaleno. Mama! Che capolavoro! Lo stesso giorno prima di tornare a casa sono andata con sr. Fernanda e Masimo a fare visita a cinque bimbi che due giorni prima hanno perso la mamma per colpa dell’aids. La più grande ha 13 anni, il più piccolo 1 neanche. Davanti alla loro capanna un po’ di gente a celebrare la morte di questa donna. Il padre sempre ubriaco fa sì che questi figli siano orfani e così a 13 anni questa bambina ora deve crescere molto in fretta. Il problema dell’alcool qui è diffuso, soprattutto per gli uomini: pare che costi meno bere che mangiare. La sera dell’anniversario dell’indipendenza dell’Uganda un uomo è caduto per terra ubriaco, è rimasto lì tutta la notte e le formiche lo hanno divorato senza che lui se ne accorgesse. Per me questo è un racconto da film dell’orrore, invece qui è la realtà di tutti i giorni. Come è quotidianità genitori che muoiono di aids lasciando figli orfani abbandonati alla strada. Spioviginava durante questa visita per la quale io non avevo parole da dire (e non tanto perché non conosco la lingua). La pioggia cadeva su di noi, su quei bambini, sul papà che non stava in piedi, sulla tomba della donna a pochi metri dalla capanna (i morti si seppelliscono vicino alle capanne). Ma alle mie spalle c’era ancora quell’arcobaleno mastodontico che ho pensato volesse dire qualcosa. È il ricordo di un’alleanza e per cui ho cercato di considerarlo come un segno di speranza. Perché davanti a questa sofferenza, la speranza e la fiducia non possono mancare, altrimenti ci perde in un non senso e nella rabbia dell’impotenza.

E’ con l’immagine di questo arcobaleno allora che voglio lasciarvi oggi, chiedendovi di pregare, soprattutto domani che è la giornata mondiale missionaria, ma anche ogni giorno, per l’Africa, per l’Uganda e per tutti quei popoli nel mondo che hanno bisogno di segni di speranza.

 

Apojo ba!

1 abbraccio

Elena

Elena dall'Uganda

Scritto da: Elena Malvezzi in Cercatori di Dio on

Carissimi amici di Spazio Tau,

sono Elena una ragazza di Reggio Emilia che da quasi un anno ho iniziato un'esperienza missionaria in Uganda. Frate Daniele mi ha chiesto di pubblicare alcuni dei messaggi che ogni tanto sono riuscita a mandare in Italia e così ecco il primo scritto nell'ottobre del 2008, un po' lungo ma spero che possa servire a qualcuno per guardare un po' più "lontano".

Prima di tutto racconterò della comunità che mi ha accolto a Gulu nell'ottobre del 2008. Sono 5 suore comboniane: Alfreda, Romilde, Luisa, Maddalena e Fernanda. Non è una comunità molto giovane, ma non per questo non attiva (come vi ho raccontato anche per Kampala).

Alfreda è la più anziana, credo abbia più o meno 87 anni. È sorda e
ormai non è che possa fare più di quel tanto. Una volta ogni due giorni
mi si presenta a mi chiede chi sono e poi mi spiega che lei non sente
perché è stata colpita da un fulmine per ben tre volte: una prima di
entrare in convento, una mentre stava pregando in cappella e un'altra
non mi ricordo (ma o stasera o domani ci penserà lei a ricordarmelo).
Ogni tanto mentre parla, automaticamente inizia a farlo in inglese per
"deformazione missionaria" e non se ne accorge. Insomma lei è la bimba
della casa! Romilde è una tuttofare: sta dietro ad un orto di
dimensioni spropositate e con qualsiasi tipo di frutta e verdura
coltivati, alle galline, e ai malati dell'ospedale. Non la vedo mai
ferma ed in più si alza sempre alle 4.30 del mattino per preparare il
caffè e il latte e poi per andare a pregare perché dice che durante il
giorno non riuscirebbe più a farlo. Ormai ha 80 anni! Luisa si occupa
della casa, della chiesa e dei bambini e ragazzi da finanziare per le
scuole. Maddalena segue anche lei i malati in ospedale e ogni giorno ha
alla porta file di persone che le chiedono un po' di soldi per diversi
motivi: fa una specie di centro d'ascolto (e forse è perché ascolta
tanto che appena può attacca a parlare e non finisce più). Infine la
superiora, sr. Fernanda, che è la più giovane e ha 58 anni. È un treno
ed è piena di impegni. È una delle responsabili dei Comboni Samaritans:
un gruppo di persone che ha avviato una serie di progetti per la
prevenzione e la cura dell'Aids e di tanti altri disagi sociali. È con
lei che ogni giorno vado a lavorare, in un centro a circa cinque
chilometri dall'ospedale (vi avevo detto che io vivo dentro all'
ospedale). Quindi, in realtà, a casa ci sono solo il week-end,
considerando che durante la settimana parto alle 7.15 del mattino e
ritorno alle 6.00 di sera.



Ecco allora una mia giornata tipo: mi sveglio alle 5.40 (non è così drammatico come può sembrare), mi preparo, bevo un veloce caffè e latte e alle 6.10 sono nella cappella dell'ospedale. 6.15 lodi e messa (in inglese) e alle 7.15 sono già in macchina con sr. Fernanda, il nostro driver e altri due che lavorano al
Comboni Samaritans. Alle 7.30 - 7.40 arriviamo e alle 8.00 c'è un
momento di preghiera - condivisione (in acholi) in cui tutti quelli che
lavorano al centro si incontrano e danno il via alla giornata. Da quel
che ho capito (ripeto che la lingua usata è quella locale) all'inizio c'
è un momento di ringraziamento intervallato da un sacco di canti, poi
si legge il Vangelo del giorno, a turno c'è chi lo commenta e seguono
preghiere spontanee. Alla fine il responsabile dello staff dà le
comunicazioni che riguardano la giornata e chi ha qualcosa da
condividere si alza e lo dice (si condivide di tutto: dalle morti alle
nascite in famiglia, da un appuntamento importante a una richiesta di
aiuto ...). Questo momento dura poco più di mezzora, al termine della
quale si parte a lavorare fino verso le 17.30.

In questo centro sono
avviati davvero tanti progetti e se siete interessati vi invito a
guardare il sito www.good-samaritan.it che spiega meglio di come potrei
farlo io come è nata l'iniziativa e cosa comprende.

Prima di parlare di questo posto continuo con la mia giornata: verso le 18.00 sono a casa, alle 18.30 vespri nella cappellina della casa (quindi essendo
solo le suore della comunità, si prega in italiano), alle 19.00 cena,
alle 20.00 rosario in acholi in ospedale con i malati (dopo vi parlerò
anche di questo momento), alle 21.00 Tg1 (hanno un abbonamento speciale
che permette di vedere un canale in italiano) e alle 21.30 io (e di
solito tutte) vado in camera e non aspetto tanto per chiudere la luce
(leggo, scrivo, rispondo al telefono quando mi sento con i miei, ma più
tardi delle 10.30 non vado ... anche se poi a volte ci metto ancora un
po' ad addormentarmi). Questa è una giornata tipo, anche se sono ancora
agli inizi e quindi non è detto che rimarrà tutto così. Non ho tanti
momenti morti, ma man mano, quando sono a casa, vorrei anche poter
girare un po' per l'ospedale per incontrare la gente. In più credo
sfrutterò i week-end anche per andare a conoscere meglio Gulu e i suoi
abitanti (ho già ricevuto un sacco di inviti dalle persone del Good
Samaritan, ma prima devo impratichirmi con la lingua e l'ambiente). Ah,
sempre per quel che riguarda i week-end, il sabato alle 18.00 c'è la
condivisione comunitaria della Parola della domenica e la domenica
dormo fino alle 7.30 perché vado a messa alla sera dato che le
celebrazioni del mattino sono in acholi, per cui mi sveglio per fare
colazione con le suore che tornano da messa (almeno per ora, fino a
quando non entro di più nella lingua locale).



Tornando al Good Samaritan, è suddiviso in vari settori: l'amministrazione e la
direzione, la "youth", l' "education", la "health" e la cooperativa. Il
reparto Youth si occupa della prevenzione ai giovani all'aids e
comprende vari progetti che riguardano droghe, alcool e sessualità. L'
Education è la parte che si occupa dei bambini e dei ragazzi (maschi e
femmine, naturalmente) ai quali pagare gli studi: si incontrano nelle
loro realtà, si conoscono e per ognuno si avvia un progetto di
crescita. Inoltre chi lavora in questo settore è alle prese anche con
dei programmi di sensibilizzazione e di educazione al di fuori della
scuola (ad esempio a dicembre le scuole finiranno e ci saranno circa
tre mesi di vacanza: dicembre, gennaio e febbraio sono come la nostra
estate). In questi due progetti sono coinvolti anche ex bambini e
ragazzi soldato (cioè rapiti dai ribelli per rinforzare i loro
eserciti). L'Health si occupa del rapporto con i malati di aids
(soprattutto, ma non solo): li incontra, li sostiene e, nel caso ci
siano tutti i presupposti, li avvia alla terapia (ad esempio, il malato
deve accettare di comunicare la sua situazione ai famigliari,
specialmente al coniuge se c'è, di avere degli incontri periodici con
un operatore e deve avere un certo valore di globuli bianchi. Ci sono
altri parametri, ma non è il campo in cui sarò io e quindi non mi
ricordo più quali siano). Ogni giorno c'è chi viene a prendere le
medicine, a farsi visitare o ci sono nuovi uomini e donne che arrivano
e aumentano il numero dei malati: registrati saranno circa 17.000, di
cui in terapia solo 2.000. l'altro giorno sr. Fernanda mi ha fatto
vedere l'archivio: è allucinante davvero! In più c'è un archivio
apposta in cui si tengono le schede dei "death": ognuno ha una foto e
una cartella. Uno dei motivi per cui si tengono è perché i famigliari
chiedono di vedere i loro parenti, e spesso sono i bambini che,
soprattutto nei momenti in cui sono più giù, arrivano e chiedono di
vedere la loro mamma e-o il loro papà, stanno un po' a guardarsi la
foto e a girarsela fra le mani, poi ringraziano e tornano a casa. Come
allora buttare le cartelle di questi archivi, che purtroppo ogni giorno
aumentano?

Infine la Cooperativa, all'interno della quale lavorano
malati di aids, ragazze madri e disabili (la maggior parte a causa
della poliomelite). Qui c'è davvero tanto lavoro e si producono cose
originali e creative. Vengono prodotti quegli oggetti che noi troviamo
nei mercati equosolidali e forse non ci poniamo mai tanto l'
interrogativo della provenienza. Tele e stoffe colorate, bigliettini
fatti con la corteccia degli alberi di banana, collane, bracialetti e
orecchini, borse di tutti i tipi, portafogli, scatole, presepi ... e
tante altre cose! In ogni angolo c'è qualcuno che lavora e che mette a
frutto la sua "artisticità". È un ambiente molto bello perché c'è una
gran accoglienza e ci si accetta, ognuno con i propri limiti. Ci sono i
bambini piccoli che sono i figli degli operai, alcune donne che
camminano con le braccia perché le gambe non funzionano, ragazzi che
non avrebbero trovato lavoro da altre parti considerando che l'aids è
ancora piuttosto stigmatizzata. Ognuno si mette all'opera per quello
che può fare. In questa settimana ho lavorato in cooperativa e ho avuto
modo di incontrare questi "voluti da nessuno": sono persone davvero
speciali! Purtroppo in pochi di loro sanno l'inglese (non che io sia
una cima) e quindi la comunicazione non è stata un gran che. Ho
imparato qualche parola in acholi, anche se certo non posso mettere in
piedi un dialogo!


Un giorno ho fatto un giro per l'ospedale con fratel Carlo (uno dei comboniani nostri vicini di casa). Gente che va e che viene, seduta nei corridoi, fuori, che fa da mangiare che porta delle taniche d'acqua, che sta dietro ai bambini: un vero e proprio villaggio. Staff, malati, famiglie, ... ad ogni reparto un odore diverso.
Quello che mi ha colpito di più (ma anche quello in cui ho trattenuto
il respiro il più possibile perché al primo impatto ho avuto qualche
problema col mio stomaco) è la pediatria: stracolma di bambini e in una
stanzona, ad aspettare di essere ammessi o meno in cura in ospedale,
mamme con i figli, molti dei quali piangevano. L'odore è forte perché
non c'è un gran ricambio di pannolini e le condizioni igieniche non
sono delle migliori.

Ho partecipato alla festa dell'indipendenza dell'Uganda dagli inglesi (gli anziani oggi dicono "si stava meglio, quando si stava peggio" ...), sono stata a messa: dalle 7.00 alle 9.00, con balli, canti e un clima proprio di festa. Eravamo in ospedale e non c'era un pezzo di terra o di corridoio vuoto: non ho idea di quante persone potessero esserci, ma eravamo davvero tantissimi, la maggior parte bambini e bambine con i loro vestitini da festa). Poi è stata la festa di S.Daniele Comboni, per cui si è lavorato fino alle 14.00 e poi tutto il centro è andato dai
comboniani per un momento di riflessione, messa e cena insieme (quelli
della cooperativa non avete idea di che montagne di cibo facevano stare
nei piatti ... non credo che per loro il mangiare sia sempre così alla
portata di mano: ecco cosa vuol dire avere fame davvero!). Quindi ho
lavorato solo due giorni interi in cooperativa, ma sono stati pieni e
intensi. Il primo giorno mentre ero seduta su una stuoia a mettere a
posto degli scatoloni di bigliettini (la mia schiena e le mie ginocchia
non si sono ancora abituate a stare così tanto accovacciate per terra!)
sento dei rumorini e ad un tratto un topo schizza da una parte all'
altra della stanza. Per me era una cosa strana, evidentemente per gli
altri invece era più che naturale perché si sono messi a ridere mi
hanno detto: "a rat!". Continuiamo a lavorare e vedo due scatole più in
là di me un topo che si infila dentro uno scatolone, allora mi alzo più
veloce che posso, lo chiudo dentro e dico: "the rat!" Arriva un ragazzo
che prende lo scatolone, lo porta fuori e va ad uccidere il topo. Ho
preferito non seguire la scena, anche le tante altre volte in cui
abbiamo messo un topo nella scatola per portarlo poi a morire. Mi sono
limitata a prenderli, ma di spiaccicarli non me la sono proprio sentita
(c'è stata una volta che un topo ha attraversato la stanza e uno dei
ragazzi che era in piedi lo ha prontamente schiacciato con il piede ...)

Verso le 14.00-14.30 arriva il pranzo: posho con qualche legume. C'è
una brocca e un catino per lavarsi le mani, qualche piatto, il tegame e
via alla "cena dei popoli". Il posho è una specie di polenta di mais,
bianca. Con una mano tieni il piatto, con l'altra prendi questo cibo
prelibato, lo schiacci un po' in modo che diventi abbastanza
consistente da poter tirare su fagioli o lenticchie o comunque ho
smesso di chiedermi cosa, e buon appetito (tranquilli, niente glutine
comunque)! Per loro questo è un piatto buonissimo. Non dico che non sia
vero, ma il mio palato non è ancora abituato totalmente ai sapori
differenti e soprattutto a mangiare qualcosa di rovente quando ci sono
30 gradi all'ombra! Però è stato proprio bello, una condivisione
diretta con un'altra cultura e questo popolo che ho voglia di
incontrare sempre di più.

Così questa è più o meno la cooperativa (sintetizzando parecchio perché ogni persona che lavora in cooperativa fa la cooperativa, e le storie di vita sono sempre significative e arricchenti, ma non potendo comunicare, ancora non le so) e più avanti vi parlerò del settore dell'educazione.

Vi dicevo prima del rosario. È un momento molto forte per me perché quando inizia il canto si vedono arrivare persone da ogni parte dell'ospedale e anche tanti giovani e bambini (il rosario è animato da quattro ragazzini che ogni sera
vengono apposta per pregare e cantare con i malati). Vedere con che
impegno e entusiasmo si prega Maria è quasi commovente. Le prime volte
facevo silenzio (anche perché non sapevo la lingua) e rimanevo
praticamente in ammirazione quei ragazzi che pregavano (e pensavo alla
fatica che facciamo noi a far pregare i nostri giovani ... soprattutto
quando si parla di rosario, vero? Ma mi ci metto dentro anch'io eh!),
poi ho iniziato a dirmi mentalmente il mio rosario in italiano e ora lo
dico ad alta voce in acholi (l'ave Maria l'ho imparata, per il Padre
Nostro e il resto ho ancora qualche problema). Qui c'è un modo di
pregare proprio sentito. Adulti, giovani e bambini. Anche durante la
settimana c'è parecchia gente che viene a messa. Bambini e ragazzi che
si svegliano alle 6.00 per arrivare in tempo, alcuni per fare i
chierichetti con la tunica rossa e bianca e i piedi nudi. Domenica
scorsa la prima messa festiva: è durata un'ora e mezzo ma è voltata. Le
celebrazioni sono festa. Le preghiere sono testimonianze di vita, ogni
gesto ha un significato importante, le danze diventano parte integrante
della liturgia. Mi dispiace, perché mi rendo conto che non riesco a
dare l'idea giusta di come sia pregare qui, però sappiate che prende
davvero e che, pur non capendo ancora gran parte della parole, mi sento
coinvolta e perfettamente in comunione. Poi sto già pensando a come
fare per portare a casa tutti questi strumenti spettacolari che ci
sono! Altra cosa particolare della preghiera è che, mentre si canta,
ogni tanto si sente qualche donna che fa un urlo acutissimo e
fortissimo. Ancora non mi sono abituata e prendo paura ogni volta
perché è inaspettato. Si chiama "gira" ed è un urlo di festa: sta a
simboleggiare che è un momento di gioia e per rendere lode.

Questo per ora è quanto. Io sto bene. Anche il mio fisico si è adattato all'
Equatore senza problemi (almeno per ora). L'ambiente è splendido, ricco
di una natura meravigliosa e di una terra rossa che quando lavi corpo e
vestiti è un piacere vedere l'acqua marrone che viene giù. Quello che
mi dispiace è il non riuscire ancora ad entrare più di quel tanto in
relazione, per questo in questi week-end voglio concentrarmi un po'
sull'inglese (in realtà oggi che sabato è già andato, speriamo in
domani).



Ora che vedo il telegiornale mi sto chiedendo come in
Italia si stia vivendo questo mese missionario. Per me è proprio
allarmante. Non voglio certo mettermi a fare politica o a parlare di
razzismo o non razzismo, ma sento che c'è qualcosa che non va. Io ho la
fortuna di poter toccare con mano una parte di quel mondo che non
conosciamo. Io come bianca, se pur ovviamente do abbastanza nell'
occhio, sono accolta e qui si fa festa quando "l'altro" arriva. Proprio
ora che siamo nel mese missionario l'attenzione in Italia è concentrata
su fenomeni di violenza e giudizio nei confronti dei diversi e questo
mi fa male. Quello che da qui mi sento di fare è testimoniare che
questi "altri" sono esseri umani, non migliori né peggiori di noi, ma
esseri umani come noi (se si parla ancora di "noi" e "loro"). Cultura
diversa, sicuramente non imprenditoriale o manageriale. Qui ci sono le
capanne perché non si investe sulle case o sugli immobili ma su chi si
incontra fuori, sulle relazioni. Qui il tempo non è denaro ma è stare
con gli altri. Quando ci si incontra ci si ringrazia sempre, ci si da
la mano guardandosi in faccia e ci si dice "Apojo": grazie ... grazie per
essere qui, grazie perché ci salutiamo, grazie per questo giorno, ... e'
un "apojo" continuo. In Italia quando camminiamo per le strade ci
guardiamo bene da salutare chi non conosciamo, figuriamoci dirgli
"grazie perché ci sei"... e ancora peggio se dovessimo dirlo ad uno
"straniero"! Qui qualcuno fa un mezzo inchino quando da alla mano a me,
bianca. E questo mi mette a disagio perché non merito certo un inchino!
Non dico che sia tutto giusto, ci vuole certamente un equilibrio, ma
ora come ora credo che il "nostro" mondo abbia tanto da imparare dalla
mentalità che sto trovando qua. Fermiamoci un attimo e riflettiamo.
Prendiamoci il tempo e la responsabilità di conoscere questi "altri",
prima di decidere se hanno il diritto o meno di condividere i nostri
spazi. In cooperativa ci sono i bambini piccoli (di un anno circa) che
ancora quando mi vedono si mettono a piangere terrorizzati: io sono "l'
uomo bianco". Quante volte noi abbiamo giocato a "chi ha paura dell'
omino nero" o abbiamo spaventato, per farli stare buoni, i bimbi
dicendo che se non facevano a modo arrivava "l'uomo nero" a prenderli?
Ecco: questo a me fa pensare. I punti di vista cambiano per me, in
questo momento. Non possiamo crescere nella paura del diverso, non ne
vedo proprio il senso.

Basta, scusate se mi sono persa in questi
discorsi, ma da qui non posso fare a meno di vedere che in Italia
qualcosa non va. Le preghiere dei vespri di oggi dicevano: "Re della
pace, dona il tuo Spirito ai legislatori e ai governanti, perché
promuovano il bene dei poveri e dei diseredati" e "Soccorri quelli che
sono discriminati a causa della nazionalità, del colore, della
condizione sociale, della lingua o della religione, fa che ottengano il
riconoscimento dei loro diritti". Direi che non c'è da dire altro a
riguardo.

Scusate le lunghezza, ma in questi primi momenti c'è
tanto da dire per far sì che possiate essere un po' parte di questo
mondo anche voi. Man mano i contesti e le persone le conoscerete e non
ci sarà più bisogno di tante parole.

A presto,

Elena.


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