Pioggia e arcobaleno
Scritto da: Elena Malvezzi in Cercatori di Dio on Set 08, 2009
Ciao a tutti!
Eccomi a riportare sul blog di Spazio Tau la seconda pagina del mio diario dall'Uganda, datata 18/10/08. Buona lettura.
Ormai sono tre settimane che sono arrivata in Africa, ma ancora mi sembra un tempo proprio breve e mi sento in una fase di osservazione e ascolto.
State tranquilli che stavolta sarò meno lunga dell’ultima!
Questa settimana ho iniziato a lavorare nel dipartimento dell’educazione dei Comboni Samaritans. Per ora mi sono limitata a mettere in ordine gli archivi che contengono le cartelle di tutti i bambini e le bambine seguiti con vari progetti. Non avete idea di quanta carta c’è negli uffici. Fogli, documenti, pagelle, attestati, richieste, foto, raccolta di dati, … e c’era un ordine alfabetico molto relativo! Così mi sono armata di pazienza e, iniziando dalla “A”, l’ultimo giorno di lavoro della settimana sono riuscita ad arrivare alla “Z”. Ho buttato un sacco di fogli inutili, di cartelle doppie, di bambini che non sono più nel progetto. Ho messo da parte in un cassetto quei bambini e quelle bambine che hanno smesso di studiare, o perché rapiti dai guerriglieri e mai più tornati, o perché rimaste incinta o perché morti per malattie varie. Tanti volti, per ora visti solo nelle foto delle loro cartelle.
E’ stato interessante perché ho avuto modo di capire un po’ meglio come funziona questo dipartimento, di conoscere nomi e cognomi degli Acholi (qui il cognome lo si sceglie come il nome: ad esempio “Opiyo” vuole dire “primo dei gemelli” ed è il cognome che hanno tutti i primi gemelli maschi) e di lavorare con Piter che è uno dei responsabili del progetto. Pian pianino (molto pianino) sto iniziando a comunicare, e il lavorare in questo settore mi aiuta a fare un po’ pratica d’inglese. Ogni giorno sono arrivati bambini, ragazze e mamme a fare il resoconto di come sta andando il loro percorso. C’è proprio tanta gente che passa! E di fianco a noi c’è l’ufficio per la salute dei malati di aids. Anche per quella stanza ho visto passare parecchie persone, tra cui una mamma con una bimba di una settimana, minuscola e purtroppo positiva.
A metà settimana sono andata in trasferta con Masimo (non mi sono sbagliata: si scrive con una “m”) che è il responsabile dello staff del centro, con Kristine, la responsabile dell’ufficio della “Healt” e con un infermiere, in una zona a circa un’ora di macchina. È una zona in cui c’era un campo dei soldati ribelli, molto povera e in cui il problema dell’aids è davvero grande. Siamo andati perché questo infermiere la prossima settimana si trasferisce lì per portare avanti un lavoro di cura come quello che c’è al Comboni Samaritan. Abbiamo incontrato lo staff dei volontari, un dottore e un padre comboniano che seguiranno il progetto. Prima di tornare a casa siamo passati a vedere la stanza dove andrà ad abitare l’infermiere: tre metri per tre, senza finestre, senza cucina, né bagno, né niente, solo un letto con affianco dei sacchi non so contenenti cosa. Io non sono mai stata dentro una cella di una prigione, ma non riesco ad immaginarmi che possa essere più angusta di quella camera da letto, che è una stanza quasi di lusso!
Nel viaggio di ritorno, dato che erano le 14.00 e nessuno di noi aveva ancora mangiato, abbiamo preso al volo (non per modo di dire perché apri i finestrini e compri!) delle pannocchie abbrustolite: proprio buone, anche se è stato un po’ complicato mangiare dato che andare in macchina è come andare sulle montagne russe (proverò prima o poi a fare delle foto, anche se non potrò mai rendere l’idea vera). A proposito di pasti, questa settimana, mangiando con lo staff e non in cooperativa (le cucine sono separate), ho avuto la possibilità di usare una forchetta (e di non ustionarmi la mano). Ho sperimentato la Kassava che è un tubero bollito e il posho con una roba verde dentro … ho avuto qualche problema a finire il piatto, ma ce l’ho fatta! Quando ci sono riso e patate sono contenta perché i sapori sono più famigliari!
Questa settimana ha piovuto davvero tanto. Un giorno sembrava che non smettesse più e davvero quando piove qui è come se buttassero dall’alto dei secchi d’acqua. Le strade sono diventate come dei fiumi e andando in macchina avevo la sensazione di essere in canoa. Torrenti di fango e di pioggia. Ma non per questo la gente rinuncia ad andare in giro, a camminare scalza e i bimbi ad andare su e giù dalle buche, con la terra fino alle ginocchia.
Nonostante tutta questa pioggia, non mi sono ancora stancata di guardare il cielo che, a parte durante i temporali, è di un azzurro quasi accecante e le nuvole disegnano paesaggi splendidi. La luna piena della notte è abbagliante e fa una luce bellissima. Ancora non sono riuscita a vedere bene le stelle perché la luna piena fa sì che non ci sia buio.
L’altro giorno poi un arcobaleno che prendeva tutto il cielo. Non ne avevo mai visto uno così: i colori ben distinguibili: sembrava dipinto. Era immenso e sopra di lui ce ne era addirittura un altro un po’ più chiaro. Pensate a tutto il cielo che potete vedere, attraversato da un arcobaleno. Mama! Che capolavoro! Lo stesso giorno prima di tornare a casa sono andata con sr. Fernanda e Masimo a fare visita a cinque bimbi che due giorni prima hanno perso la mamma per colpa dell’aids. La più grande ha 13 anni, il più piccolo 1 neanche. Davanti alla loro capanna un po’ di gente a celebrare la morte di questa donna. Il padre sempre ubriaco fa sì che questi figli siano orfani e così a 13 anni questa bambina ora deve crescere molto in fretta. Il problema dell’alcool qui è diffuso, soprattutto per gli uomini: pare che costi meno bere che mangiare. La sera dell’anniversario dell’indipendenza dell’Uganda un uomo è caduto per terra ubriaco, è rimasto lì tutta la notte e le formiche lo hanno divorato senza che lui se ne accorgesse. Per me questo è un racconto da film dell’orrore, invece qui è la realtà di tutti i giorni. Come è quotidianità genitori che muoiono di aids lasciando figli orfani abbandonati alla strada. Spioviginava durante questa visita per la quale io non avevo parole da dire (e non tanto perché non conosco la lingua). La pioggia cadeva su di noi, su quei bambini, sul papà che non stava in piedi, sulla tomba della donna a pochi metri dalla capanna (i morti si seppelliscono vicino alle capanne). Ma alle mie spalle c’era ancora quell’arcobaleno mastodontico che ho pensato volesse dire qualcosa. È il ricordo di un’alleanza e per cui ho cercato di considerarlo come un segno di speranza. Perché davanti a questa sofferenza, la speranza e la fiducia non possono mancare, altrimenti ci perde in un non senso e nella rabbia dell’impotenza.
E’ con l’immagine di questo arcobaleno allora che voglio lasciarvi oggi, chiedendovi di pregare, soprattutto domani che è la giornata mondiale missionaria, ma anche ogni giorno, per l’Africa, per l’Uganda e per tutti quei popoli nel mondo che hanno bisogno di segni di speranza.
Apojo ba!
1 abbraccio
Elena
Eccomi a riportare sul blog di Spazio Tau la seconda pagina del mio diario dall'Uganda, datata 18/10/08. Buona lettura.
Ormai sono tre settimane che sono arrivata in Africa, ma ancora mi sembra un tempo proprio breve e mi sento in una fase di osservazione e ascolto.
State tranquilli che stavolta sarò meno lunga dell’ultima!
Questa settimana ho iniziato a lavorare nel dipartimento dell’educazione dei Comboni Samaritans. Per ora mi sono limitata a mettere in ordine gli archivi che contengono le cartelle di tutti i bambini e le bambine seguiti con vari progetti. Non avete idea di quanta carta c’è negli uffici. Fogli, documenti, pagelle, attestati, richieste, foto, raccolta di dati, … e c’era un ordine alfabetico molto relativo! Così mi sono armata di pazienza e, iniziando dalla “A”, l’ultimo giorno di lavoro della settimana sono riuscita ad arrivare alla “Z”. Ho buttato un sacco di fogli inutili, di cartelle doppie, di bambini che non sono più nel progetto. Ho messo da parte in un cassetto quei bambini e quelle bambine che hanno smesso di studiare, o perché rapiti dai guerriglieri e mai più tornati, o perché rimaste incinta o perché morti per malattie varie. Tanti volti, per ora visti solo nelle foto delle loro cartelle.
E’ stato interessante perché ho avuto modo di capire un po’ meglio come funziona questo dipartimento, di conoscere nomi e cognomi degli Acholi (qui il cognome lo si sceglie come il nome: ad esempio “Opiyo” vuole dire “primo dei gemelli” ed è il cognome che hanno tutti i primi gemelli maschi) e di lavorare con Piter che è uno dei responsabili del progetto. Pian pianino (molto pianino) sto iniziando a comunicare, e il lavorare in questo settore mi aiuta a fare un po’ pratica d’inglese. Ogni giorno sono arrivati bambini, ragazze e mamme a fare il resoconto di come sta andando il loro percorso. C’è proprio tanta gente che passa! E di fianco a noi c’è l’ufficio per la salute dei malati di aids. Anche per quella stanza ho visto passare parecchie persone, tra cui una mamma con una bimba di una settimana, minuscola e purtroppo positiva.
A metà settimana sono andata in trasferta con Masimo (non mi sono sbagliata: si scrive con una “m”) che è il responsabile dello staff del centro, con Kristine, la responsabile dell’ufficio della “Healt” e con un infermiere, in una zona a circa un’ora di macchina. È una zona in cui c’era un campo dei soldati ribelli, molto povera e in cui il problema dell’aids è davvero grande. Siamo andati perché questo infermiere la prossima settimana si trasferisce lì per portare avanti un lavoro di cura come quello che c’è al Comboni Samaritan. Abbiamo incontrato lo staff dei volontari, un dottore e un padre comboniano che seguiranno il progetto. Prima di tornare a casa siamo passati a vedere la stanza dove andrà ad abitare l’infermiere: tre metri per tre, senza finestre, senza cucina, né bagno, né niente, solo un letto con affianco dei sacchi non so contenenti cosa. Io non sono mai stata dentro una cella di una prigione, ma non riesco ad immaginarmi che possa essere più angusta di quella camera da letto, che è una stanza quasi di lusso!
Nel viaggio di ritorno, dato che erano le 14.00 e nessuno di noi aveva ancora mangiato, abbiamo preso al volo (non per modo di dire perché apri i finestrini e compri!) delle pannocchie abbrustolite: proprio buone, anche se è stato un po’ complicato mangiare dato che andare in macchina è come andare sulle montagne russe (proverò prima o poi a fare delle foto, anche se non potrò mai rendere l’idea vera). A proposito di pasti, questa settimana, mangiando con lo staff e non in cooperativa (le cucine sono separate), ho avuto la possibilità di usare una forchetta (e di non ustionarmi la mano). Ho sperimentato la Kassava che è un tubero bollito e il posho con una roba verde dentro … ho avuto qualche problema a finire il piatto, ma ce l’ho fatta! Quando ci sono riso e patate sono contenta perché i sapori sono più famigliari!
Questa settimana ha piovuto davvero tanto. Un giorno sembrava che non smettesse più e davvero quando piove qui è come se buttassero dall’alto dei secchi d’acqua. Le strade sono diventate come dei fiumi e andando in macchina avevo la sensazione di essere in canoa. Torrenti di fango e di pioggia. Ma non per questo la gente rinuncia ad andare in giro, a camminare scalza e i bimbi ad andare su e giù dalle buche, con la terra fino alle ginocchia.
Nonostante tutta questa pioggia, non mi sono ancora stancata di guardare il cielo che, a parte durante i temporali, è di un azzurro quasi accecante e le nuvole disegnano paesaggi splendidi. La luna piena della notte è abbagliante e fa una luce bellissima. Ancora non sono riuscita a vedere bene le stelle perché la luna piena fa sì che non ci sia buio.
L’altro giorno poi un arcobaleno che prendeva tutto il cielo. Non ne avevo mai visto uno così: i colori ben distinguibili: sembrava dipinto. Era immenso e sopra di lui ce ne era addirittura un altro un po’ più chiaro. Pensate a tutto il cielo che potete vedere, attraversato da un arcobaleno. Mama! Che capolavoro! Lo stesso giorno prima di tornare a casa sono andata con sr. Fernanda e Masimo a fare visita a cinque bimbi che due giorni prima hanno perso la mamma per colpa dell’aids. La più grande ha 13 anni, il più piccolo 1 neanche. Davanti alla loro capanna un po’ di gente a celebrare la morte di questa donna. Il padre sempre ubriaco fa sì che questi figli siano orfani e così a 13 anni questa bambina ora deve crescere molto in fretta. Il problema dell’alcool qui è diffuso, soprattutto per gli uomini: pare che costi meno bere che mangiare. La sera dell’anniversario dell’indipendenza dell’Uganda un uomo è caduto per terra ubriaco, è rimasto lì tutta la notte e le formiche lo hanno divorato senza che lui se ne accorgesse. Per me questo è un racconto da film dell’orrore, invece qui è la realtà di tutti i giorni. Come è quotidianità genitori che muoiono di aids lasciando figli orfani abbandonati alla strada. Spioviginava durante questa visita per la quale io non avevo parole da dire (e non tanto perché non conosco la lingua). La pioggia cadeva su di noi, su quei bambini, sul papà che non stava in piedi, sulla tomba della donna a pochi metri dalla capanna (i morti si seppelliscono vicino alle capanne). Ma alle mie spalle c’era ancora quell’arcobaleno mastodontico che ho pensato volesse dire qualcosa. È il ricordo di un’alleanza e per cui ho cercato di considerarlo come un segno di speranza. Perché davanti a questa sofferenza, la speranza e la fiducia non possono mancare, altrimenti ci perde in un non senso e nella rabbia dell’impotenza.
E’ con l’immagine di questo arcobaleno allora che voglio lasciarvi oggi, chiedendovi di pregare, soprattutto domani che è la giornata mondiale missionaria, ma anche ogni giorno, per l’Africa, per l’Uganda e per tutti quei popoli nel mondo che hanno bisogno di segni di speranza.
Apojo ba!
1 abbraccio
Elena






