Elena dall'Uganda

Scritto da: Elena Malvezzi in Cercatori di Dio on  

Carissimi amici di Spazio Tau,

sono Elena una ragazza di Reggio Emilia che da quasi un anno ho iniziato un'esperienza missionaria in Uganda. Frate Daniele mi ha chiesto di pubblicare alcuni dei messaggi che ogni tanto sono riuscita a mandare in Italia e così ecco il primo scritto nell'ottobre del 2008, un po' lungo ma spero che possa servire a qualcuno per guardare un po' più "lontano".

Prima di tutto racconterò della comunità che mi ha accolto a Gulu nell'ottobre del 2008. Sono 5 suore comboniane: Alfreda, Romilde, Luisa, Maddalena e Fernanda. Non è una comunità molto giovane, ma non per questo non attiva (come vi ho raccontato anche per Kampala).

Alfreda è la più anziana, credo abbia più o meno 87 anni. È sorda e
ormai non è che possa fare più di quel tanto. Una volta ogni due giorni
mi si presenta a mi chiede chi sono e poi mi spiega che lei non sente
perché è stata colpita da un fulmine per ben tre volte: una prima di
entrare in convento, una mentre stava pregando in cappella e un'altra
non mi ricordo (ma o stasera o domani ci penserà lei a ricordarmelo).
Ogni tanto mentre parla, automaticamente inizia a farlo in inglese per
"deformazione missionaria" e non se ne accorge. Insomma lei è la bimba
della casa! Romilde è una tuttofare: sta dietro ad un orto di
dimensioni spropositate e con qualsiasi tipo di frutta e verdura
coltivati, alle galline, e ai malati dell'ospedale. Non la vedo mai
ferma ed in più si alza sempre alle 4.30 del mattino per preparare il
caffè e il latte e poi per andare a pregare perché dice che durante il
giorno non riuscirebbe più a farlo. Ormai ha 80 anni! Luisa si occupa
della casa, della chiesa e dei bambini e ragazzi da finanziare per le
scuole. Maddalena segue anche lei i malati in ospedale e ogni giorno ha
alla porta file di persone che le chiedono un po' di soldi per diversi
motivi: fa una specie di centro d'ascolto (e forse è perché ascolta
tanto che appena può attacca a parlare e non finisce più). Infine la
superiora, sr. Fernanda, che è la più giovane e ha 58 anni. È un treno
ed è piena di impegni. È una delle responsabili dei Comboni Samaritans:
un gruppo di persone che ha avviato una serie di progetti per la
prevenzione e la cura dell'Aids e di tanti altri disagi sociali. È con
lei che ogni giorno vado a lavorare, in un centro a circa cinque
chilometri dall'ospedale (vi avevo detto che io vivo dentro all'
ospedale). Quindi, in realtà, a casa ci sono solo il week-end,
considerando che durante la settimana parto alle 7.15 del mattino e
ritorno alle 6.00 di sera.



Ecco allora una mia giornata tipo: mi sveglio alle 5.40 (non è così drammatico come può sembrare), mi preparo, bevo un veloce caffè e latte e alle 6.10 sono nella cappella dell'ospedale. 6.15 lodi e messa (in inglese) e alle 7.15 sono già in macchina con sr. Fernanda, il nostro driver e altri due che lavorano al
Comboni Samaritans. Alle 7.30 - 7.40 arriviamo e alle 8.00 c'è un
momento di preghiera - condivisione (in acholi) in cui tutti quelli che
lavorano al centro si incontrano e danno il via alla giornata. Da quel
che ho capito (ripeto che la lingua usata è quella locale) all'inizio c'
è un momento di ringraziamento intervallato da un sacco di canti, poi
si legge il Vangelo del giorno, a turno c'è chi lo commenta e seguono
preghiere spontanee. Alla fine il responsabile dello staff dà le
comunicazioni che riguardano la giornata e chi ha qualcosa da
condividere si alza e lo dice (si condivide di tutto: dalle morti alle
nascite in famiglia, da un appuntamento importante a una richiesta di
aiuto ...). Questo momento dura poco più di mezzora, al termine della
quale si parte a lavorare fino verso le 17.30.

In questo centro sono
avviati davvero tanti progetti e se siete interessati vi invito a
guardare il sito www.good-samaritan.it che spiega meglio di come potrei
farlo io come è nata l'iniziativa e cosa comprende.

Prima di parlare di questo posto continuo con la mia giornata: verso le 18.00 sono a casa, alle 18.30 vespri nella cappellina della casa (quindi essendo
solo le suore della comunità, si prega in italiano), alle 19.00 cena,
alle 20.00 rosario in acholi in ospedale con i malati (dopo vi parlerò
anche di questo momento), alle 21.00 Tg1 (hanno un abbonamento speciale
che permette di vedere un canale in italiano) e alle 21.30 io (e di
solito tutte) vado in camera e non aspetto tanto per chiudere la luce
(leggo, scrivo, rispondo al telefono quando mi sento con i miei, ma più
tardi delle 10.30 non vado ... anche se poi a volte ci metto ancora un
po' ad addormentarmi). Questa è una giornata tipo, anche se sono ancora
agli inizi e quindi non è detto che rimarrà tutto così. Non ho tanti
momenti morti, ma man mano, quando sono a casa, vorrei anche poter
girare un po' per l'ospedale per incontrare la gente. In più credo
sfrutterò i week-end anche per andare a conoscere meglio Gulu e i suoi
abitanti (ho già ricevuto un sacco di inviti dalle persone del Good
Samaritan, ma prima devo impratichirmi con la lingua e l'ambiente). Ah,
sempre per quel che riguarda i week-end, il sabato alle 18.00 c'è la
condivisione comunitaria della Parola della domenica e la domenica
dormo fino alle 7.30 perché vado a messa alla sera dato che le
celebrazioni del mattino sono in acholi, per cui mi sveglio per fare
colazione con le suore che tornano da messa (almeno per ora, fino a
quando non entro di più nella lingua locale).



Tornando al Good Samaritan, è suddiviso in vari settori: l'amministrazione e la
direzione, la "youth", l' "education", la "health" e la cooperativa. Il
reparto Youth si occupa della prevenzione ai giovani all'aids e
comprende vari progetti che riguardano droghe, alcool e sessualità. L'
Education è la parte che si occupa dei bambini e dei ragazzi (maschi e
femmine, naturalmente) ai quali pagare gli studi: si incontrano nelle
loro realtà, si conoscono e per ognuno si avvia un progetto di
crescita. Inoltre chi lavora in questo settore è alle prese anche con
dei programmi di sensibilizzazione e di educazione al di fuori della
scuola (ad esempio a dicembre le scuole finiranno e ci saranno circa
tre mesi di vacanza: dicembre, gennaio e febbraio sono come la nostra
estate). In questi due progetti sono coinvolti anche ex bambini e
ragazzi soldato (cioè rapiti dai ribelli per rinforzare i loro
eserciti). L'Health si occupa del rapporto con i malati di aids
(soprattutto, ma non solo): li incontra, li sostiene e, nel caso ci
siano tutti i presupposti, li avvia alla terapia (ad esempio, il malato
deve accettare di comunicare la sua situazione ai famigliari,
specialmente al coniuge se c'è, di avere degli incontri periodici con
un operatore e deve avere un certo valore di globuli bianchi. Ci sono
altri parametri, ma non è il campo in cui sarò io e quindi non mi
ricordo più quali siano). Ogni giorno c'è chi viene a prendere le
medicine, a farsi visitare o ci sono nuovi uomini e donne che arrivano
e aumentano il numero dei malati: registrati saranno circa 17.000, di
cui in terapia solo 2.000. l'altro giorno sr. Fernanda mi ha fatto
vedere l'archivio: è allucinante davvero! In più c'è un archivio
apposta in cui si tengono le schede dei "death": ognuno ha una foto e
una cartella. Uno dei motivi per cui si tengono è perché i famigliari
chiedono di vedere i loro parenti, e spesso sono i bambini che,
soprattutto nei momenti in cui sono più giù, arrivano e chiedono di
vedere la loro mamma e-o il loro papà, stanno un po' a guardarsi la
foto e a girarsela fra le mani, poi ringraziano e tornano a casa. Come
allora buttare le cartelle di questi archivi, che purtroppo ogni giorno
aumentano?

Infine la Cooperativa, all'interno della quale lavorano
malati di aids, ragazze madri e disabili (la maggior parte a causa
della poliomelite). Qui c'è davvero tanto lavoro e si producono cose
originali e creative. Vengono prodotti quegli oggetti che noi troviamo
nei mercati equosolidali e forse non ci poniamo mai tanto l'
interrogativo della provenienza. Tele e stoffe colorate, bigliettini
fatti con la corteccia degli alberi di banana, collane, bracialetti e
orecchini, borse di tutti i tipi, portafogli, scatole, presepi ... e
tante altre cose! In ogni angolo c'è qualcuno che lavora e che mette a
frutto la sua "artisticità". È un ambiente molto bello perché c'è una
gran accoglienza e ci si accetta, ognuno con i propri limiti. Ci sono i
bambini piccoli che sono i figli degli operai, alcune donne che
camminano con le braccia perché le gambe non funzionano, ragazzi che
non avrebbero trovato lavoro da altre parti considerando che l'aids è
ancora piuttosto stigmatizzata. Ognuno si mette all'opera per quello
che può fare. In questa settimana ho lavorato in cooperativa e ho avuto
modo di incontrare questi "voluti da nessuno": sono persone davvero
speciali! Purtroppo in pochi di loro sanno l'inglese (non che io sia
una cima) e quindi la comunicazione non è stata un gran che. Ho
imparato qualche parola in acholi, anche se certo non posso mettere in
piedi un dialogo!


Un giorno ho fatto un giro per l'ospedale con fratel Carlo (uno dei comboniani nostri vicini di casa). Gente che va e che viene, seduta nei corridoi, fuori, che fa da mangiare che porta delle taniche d'acqua, che sta dietro ai bambini: un vero e proprio villaggio. Staff, malati, famiglie, ... ad ogni reparto un odore diverso.
Quello che mi ha colpito di più (ma anche quello in cui ho trattenuto
il respiro il più possibile perché al primo impatto ho avuto qualche
problema col mio stomaco) è la pediatria: stracolma di bambini e in una
stanzona, ad aspettare di essere ammessi o meno in cura in ospedale,
mamme con i figli, molti dei quali piangevano. L'odore è forte perché
non c'è un gran ricambio di pannolini e le condizioni igieniche non
sono delle migliori.

Ho partecipato alla festa dell'indipendenza dell'Uganda dagli inglesi (gli anziani oggi dicono "si stava meglio, quando si stava peggio" ...), sono stata a messa: dalle 7.00 alle 9.00, con balli, canti e un clima proprio di festa. Eravamo in ospedale e non c'era un pezzo di terra o di corridoio vuoto: non ho idea di quante persone potessero esserci, ma eravamo davvero tantissimi, la maggior parte bambini e bambine con i loro vestitini da festa). Poi è stata la festa di S.Daniele Comboni, per cui si è lavorato fino alle 14.00 e poi tutto il centro è andato dai
comboniani per un momento di riflessione, messa e cena insieme (quelli
della cooperativa non avete idea di che montagne di cibo facevano stare
nei piatti ... non credo che per loro il mangiare sia sempre così alla
portata di mano: ecco cosa vuol dire avere fame davvero!). Quindi ho
lavorato solo due giorni interi in cooperativa, ma sono stati pieni e
intensi. Il primo giorno mentre ero seduta su una stuoia a mettere a
posto degli scatoloni di bigliettini (la mia schiena e le mie ginocchia
non si sono ancora abituate a stare così tanto accovacciate per terra!)
sento dei rumorini e ad un tratto un topo schizza da una parte all'
altra della stanza. Per me era una cosa strana, evidentemente per gli
altri invece era più che naturale perché si sono messi a ridere mi
hanno detto: "a rat!". Continuiamo a lavorare e vedo due scatole più in
là di me un topo che si infila dentro uno scatolone, allora mi alzo più
veloce che posso, lo chiudo dentro e dico: "the rat!" Arriva un ragazzo
che prende lo scatolone, lo porta fuori e va ad uccidere il topo. Ho
preferito non seguire la scena, anche le tante altre volte in cui
abbiamo messo un topo nella scatola per portarlo poi a morire. Mi sono
limitata a prenderli, ma di spiaccicarli non me la sono proprio sentita
(c'è stata una volta che un topo ha attraversato la stanza e uno dei
ragazzi che era in piedi lo ha prontamente schiacciato con il piede ...)

Verso le 14.00-14.30 arriva il pranzo: posho con qualche legume. C'è
una brocca e un catino per lavarsi le mani, qualche piatto, il tegame e
via alla "cena dei popoli". Il posho è una specie di polenta di mais,
bianca. Con una mano tieni il piatto, con l'altra prendi questo cibo
prelibato, lo schiacci un po' in modo che diventi abbastanza
consistente da poter tirare su fagioli o lenticchie o comunque ho
smesso di chiedermi cosa, e buon appetito (tranquilli, niente glutine
comunque)! Per loro questo è un piatto buonissimo. Non dico che non sia
vero, ma il mio palato non è ancora abituato totalmente ai sapori
differenti e soprattutto a mangiare qualcosa di rovente quando ci sono
30 gradi all'ombra! Però è stato proprio bello, una condivisione
diretta con un'altra cultura e questo popolo che ho voglia di
incontrare sempre di più.

Così questa è più o meno la cooperativa (sintetizzando parecchio perché ogni persona che lavora in cooperativa fa la cooperativa, e le storie di vita sono sempre significative e arricchenti, ma non potendo comunicare, ancora non le so) e più avanti vi parlerò del settore dell'educazione.

Vi dicevo prima del rosario. È un momento molto forte per me perché quando inizia il canto si vedono arrivare persone da ogni parte dell'ospedale e anche tanti giovani e bambini (il rosario è animato da quattro ragazzini che ogni sera
vengono apposta per pregare e cantare con i malati). Vedere con che
impegno e entusiasmo si prega Maria è quasi commovente. Le prime volte
facevo silenzio (anche perché non sapevo la lingua) e rimanevo
praticamente in ammirazione quei ragazzi che pregavano (e pensavo alla
fatica che facciamo noi a far pregare i nostri giovani ... soprattutto
quando si parla di rosario, vero? Ma mi ci metto dentro anch'io eh!),
poi ho iniziato a dirmi mentalmente il mio rosario in italiano e ora lo
dico ad alta voce in acholi (l'ave Maria l'ho imparata, per il Padre
Nostro e il resto ho ancora qualche problema). Qui c'è un modo di
pregare proprio sentito. Adulti, giovani e bambini. Anche durante la
settimana c'è parecchia gente che viene a messa. Bambini e ragazzi che
si svegliano alle 6.00 per arrivare in tempo, alcuni per fare i
chierichetti con la tunica rossa e bianca e i piedi nudi. Domenica
scorsa la prima messa festiva: è durata un'ora e mezzo ma è voltata. Le
celebrazioni sono festa. Le preghiere sono testimonianze di vita, ogni
gesto ha un significato importante, le danze diventano parte integrante
della liturgia. Mi dispiace, perché mi rendo conto che non riesco a
dare l'idea giusta di come sia pregare qui, però sappiate che prende
davvero e che, pur non capendo ancora gran parte della parole, mi sento
coinvolta e perfettamente in comunione. Poi sto già pensando a come
fare per portare a casa tutti questi strumenti spettacolari che ci
sono! Altra cosa particolare della preghiera è che, mentre si canta,
ogni tanto si sente qualche donna che fa un urlo acutissimo e
fortissimo. Ancora non mi sono abituata e prendo paura ogni volta
perché è inaspettato. Si chiama "gira" ed è un urlo di festa: sta a
simboleggiare che è un momento di gioia e per rendere lode.

Questo per ora è quanto. Io sto bene. Anche il mio fisico si è adattato all'
Equatore senza problemi (almeno per ora). L'ambiente è splendido, ricco
di una natura meravigliosa e di una terra rossa che quando lavi corpo e
vestiti è un piacere vedere l'acqua marrone che viene giù. Quello che
mi dispiace è il non riuscire ancora ad entrare più di quel tanto in
relazione, per questo in questi week-end voglio concentrarmi un po'
sull'inglese (in realtà oggi che sabato è già andato, speriamo in
domani).



Ora che vedo il telegiornale mi sto chiedendo come in
Italia si stia vivendo questo mese missionario. Per me è proprio
allarmante. Non voglio certo mettermi a fare politica o a parlare di
razzismo o non razzismo, ma sento che c'è qualcosa che non va. Io ho la
fortuna di poter toccare con mano una parte di quel mondo che non
conosciamo. Io come bianca, se pur ovviamente do abbastanza nell'
occhio, sono accolta e qui si fa festa quando "l'altro" arriva. Proprio
ora che siamo nel mese missionario l'attenzione in Italia è concentrata
su fenomeni di violenza e giudizio nei confronti dei diversi e questo
mi fa male. Quello che da qui mi sento di fare è testimoniare che
questi "altri" sono esseri umani, non migliori né peggiori di noi, ma
esseri umani come noi (se si parla ancora di "noi" e "loro"). Cultura
diversa, sicuramente non imprenditoriale o manageriale. Qui ci sono le
capanne perché non si investe sulle case o sugli immobili ma su chi si
incontra fuori, sulle relazioni. Qui il tempo non è denaro ma è stare
con gli altri. Quando ci si incontra ci si ringrazia sempre, ci si da
la mano guardandosi in faccia e ci si dice "Apojo": grazie ... grazie per
essere qui, grazie perché ci salutiamo, grazie per questo giorno, ... e'
un "apojo" continuo. In Italia quando camminiamo per le strade ci
guardiamo bene da salutare chi non conosciamo, figuriamoci dirgli
"grazie perché ci sei"... e ancora peggio se dovessimo dirlo ad uno
"straniero"! Qui qualcuno fa un mezzo inchino quando da alla mano a me,
bianca. E questo mi mette a disagio perché non merito certo un inchino!
Non dico che sia tutto giusto, ci vuole certamente un equilibrio, ma
ora come ora credo che il "nostro" mondo abbia tanto da imparare dalla
mentalità che sto trovando qua. Fermiamoci un attimo e riflettiamo.
Prendiamoci il tempo e la responsabilità di conoscere questi "altri",
prima di decidere se hanno il diritto o meno di condividere i nostri
spazi. In cooperativa ci sono i bambini piccoli (di un anno circa) che
ancora quando mi vedono si mettono a piangere terrorizzati: io sono "l'
uomo bianco". Quante volte noi abbiamo giocato a "chi ha paura dell'
omino nero" o abbiamo spaventato, per farli stare buoni, i bimbi
dicendo che se non facevano a modo arrivava "l'uomo nero" a prenderli?
Ecco: questo a me fa pensare. I punti di vista cambiano per me, in
questo momento. Non possiamo crescere nella paura del diverso, non ne
vedo proprio il senso.

Basta, scusate se mi sono persa in questi
discorsi, ma da qui non posso fare a meno di vedere che in Italia
qualcosa non va. Le preghiere dei vespri di oggi dicevano: "Re della
pace, dona il tuo Spirito ai legislatori e ai governanti, perché
promuovano il bene dei poveri e dei diseredati" e "Soccorri quelli che
sono discriminati a causa della nazionalità, del colore, della
condizione sociale, della lingua o della religione, fa che ottengano il
riconoscimento dei loro diritti". Direi che non c'è da dire altro a
riguardo.

Scusate le lunghezza, ma in questi primi momenti c'è
tanto da dire per far sì che possiate essere un po' parte di questo
mondo anche voi. Man mano i contesti e le persone le conoscerete e non
ci sarà più bisogno di tante parole.

A presto,

Elena.


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